Il senso di non appartenenza nella personalità evitante

Evitare delle situazioni sfilandosi dal confronto, per sfuggire ad un senso di disagio, può essere un’esperienza comune. Capita di declinare un invito a cena con degli sconosciuti, tenersi fuori da una conversazione, rifiutare una nuova responsabilità a lavoro. Trovando una via fuga attraverso l’evitamento l’imbarazzo si allontana, l’ansia si placa, ma resta l’amaro in bocca per la rinuncia.  Diverso è quando mettere una distanza dagli altri e dalle situazioni caratterizza l’esperienza soggettiva, come per le persone che hanno uno stile evitante di personalità. L’evitamento in questi casi diventa una modalità reiterata nel tempo, per cui ci si ritrova a trascorrere una vita “in panchina”, come semplici spettatori di ciò che accade intorno.

Confrontarsi ed esprimere il proprio pensiero ad esempio diventa spiacevole, sentendosi troppo esposti alla vista degli altri. Così il coinvolgimento in una relazione o in nuova esperienza scatena una dolorosa inibizione e si resta sulla soglia, accanto alle possibilità ma senza coglierle, con un senso di inadeguatezza e di vergogna. Il desiderio di partecipare è intenso, ma la delusione e il fallimento sembrano attendere al di fuori della propria zona di comfort.  Ci si muove allora sul limite dell’isolamento temendo un possibile rifiuto o giudizio, convinti di non essere equipaggiati per sentirsi parte del contesto. L’esperienza fondamentale della personalità evitante sembra essere quella di non appartenere, come se tutti gli altri condividessero momenti, atmosfere, ricordi, legati da una complicità dai quali si è esclusi, sprovvisti della chiave per poter entrare.

 In realtà l’evitamento e la costante autocritica convivono con fantasie in cui ci si illude  di raggiungere   un’appartenenza ideale, offuscando la percezione realistica di sé stessi e degli altri.  Come se si coltivasse la speranza che condividendo una unione e complicità totale, le difficoltà possano  sparire. In realtà la relazione con gli altri spesso è complessa da vivere, si è chiamati a rinegoziare le proprie aspettative ed a mediare,  non poter essere sempre rispecchiati come si vorrebbe. Per gestire la chimera di un’accoglienza e un riconoscimento incondizionati, ci si rifugia in un guscio protettivo che tiene al sicuro, lontano dal rischio della vicinanza  e dagli aspetti scomodi della propria e altrui alterità.  Disinvestire dalle situazioni interpersonali diventa allora un modo per proteggersi dall’esposizione dei propri pensieri e sentimenti, confinandoli in una sfera intima e privata.  

 Cosa accadrebbe se invece si uscisse  allo scoperto?  Ci si troverebbe a confrontarsi con l’essere diversi, ma si scoprirebbe anche che in fondo ognuno ha il suo mondo di inadeguatezze e limiti e che  anche attraverso questa esperienza si possono trovare delle appartenenze. Lo scambio intersoggettivo se da un lato consente di sperimentare un senso di affinità, allo stesso tempo ci confronta inevitabilmente anche con la  distanza che emerge dalle differenze. Creare relazioni è un bisogno umano fondamentale, che si esprime in una continua dialettica tra desiderio di similitudine  e bisogno di differenziazione. Non è possibile isolarsi veramente e rimanere immuni dallo sguardo che gli altri hanno di noi, che spesso costituisce uno specchio di chi siamo Appartenere significa però anche non essere compresi fino in fondo e per sentirsi vicini,  confrontarsi con  quei lati scomodi tanto temuti.

Dott.ssa Margherita Rosa

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